I.P.S.S.C. Campobasso


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V.Cuoco

L'Istituto



Nacque in Civitacampomarano il 1° ottobre 1770 e compì gli studi nel proprio paese sotto la guida di Costantino Lemaitre, titolare del feudo di Guardialfiera.
Si dimostrò alunno diligente e, a diciassette anni, fu inviato a Napoli per attendere agli studi giuridici, che erano la base della formazione dei giovani meridionali.
Laureatosi in Legge, esercitò per un certo periodo l’avvocatura nel Regno, ma, non essendo evidentemente questa la sua vocazione, “raccolse più ortiche che lauri”.
Fu uomo di grande dottrina, storico e filosofo profondo. Pubblicò il Saggio Storico sulla Rivoluzione di Napoli, che fece conoscere a tutt’Italia e a mezz’Europa gli avvenimenti e i martiri del 1799.
Il Saggio racchiude acute e amare riflessioni critiche che lo storico molisano svolse sull’esperienza rivoluzionaria da poco tristemente conclusa.
Ciò che è giusto, ciò che è razionale, scrive Cuoco, se si colloca ad eccessiva distanza dal tessuto civile, dalle forme di pensiero e di esperienza degli uomini, rimane fuori della storia e dalla storia , dalle sue forze reali e anche brutali, è spezzato e spazzato via.
Quella di Cuoco è l’autocritica dell’illuminismo meridionale. “Quel sentimento che in altri tempi ci fece essere grandi e che oggi fa grandi tante altre nazioni d’Europa, delle quali fummo un tempo e maestri e signori, era interamente estinto presso di noi. Noi divenimmo or Francesi, or Tedeschi, ora Inglesi ; noi non eravamo più nulla. Tante volte e sì altamente ci si era ripetuto che noi non volevamo nulla, che quasi si era giunto a farcelo credere”.
Scrisse pure il romanzo storico Platone in Italia, tradotto in varie lingue; ma sotto le apparenze della forma romanzesca, fece rivivere la vita e i costumi degli antichi popoli che abitarono l’Italia meridionale, e ammonì gli Italiani a non imitare gli stranieri ed a restaurare la virtù e il sapere degli antenati, i quali erano già civili quando Roma era barbara.
Nutrì molte simpatie per la Repubblica del 1799, anche se il suo atteggiamento era stato piuttosto tiepido e comunque critico di fronte agli sforzi riformatori di quelli che erano suoi amici.
Infatti, all’alba della Repubblica, mentre Mario Pagano si adoperava per darle una costituzione e un nuovo corpo di norme, Cuoco già esprimeva le sue perplessità attraverso la fitta corrispondenza con l’amico Vincenzo Russo :
vedeva una smania di novità, l’irresistibile tentazione, che assale colui che per lungo tempo è stato oppresso, di scrollarsi di dosso i retaggi passati, per cambiare tutto e subito.
Inoltre i repubblicani, nell’inseguire l’idea di “ottimo”, progettavano una costituzione troppo astratta e filosofica, presa più a declamare i valori della libertà e della uguaglianza che ad occuparsi delle reali esigenze del Paese.

Ma quella costituzione, ideale per il cittadino, appariva allo storico molisano, soprattutto in quel frangente, inutile e dannosa al tempo stesso : “Il voler immaginare una costituzione, la quale debba servire agli uomini savi, è lo stesso che voler immaginare una costituzione per coloro che non ne hanno bisogno, e non darla intanto a coloro che ne abbisognano”.
Ogni ricerca dell’ideale richiede sempre la scelta di un proprio modello ispiratore ; la scelta dei repubblicani ricadeva sulla costituzione francese.
Ma per Cuoco si trattava di una soluzione che la sua formazione vichiana non avrebbe tollerato.
Giambattista Vico, infatti, tracciando un percorso controcorrente rispetto alla cultura dominante del Seicento, volta a cercare leggi eterne e verità universalmente valide anche in campo politico, aveva invece esaltato le diversità e le peculiarità di ogni società storicamente datata, ognuna corredata da proprie istituzioni, costumi, tradizioni.
Di conseguenza il passaggio ad una società più giusta richiede un processo lungo ed impegnativo, che affonda le sue radici nella storia e nelle tradizioni di quel popolo e che vede come attori tutti i componenti della società : gli oppressi devono maturare le proprie rivendicazioni.
“Le idee della Rivoluzione di Napoli avrebbero potuto essere popolari, ove avesse voluto trarle dal fondo stesso della nazione. Tratte da una costituzione straniera erano lontanissime dalla nostra ; fondate sopra massime troppo astratte, erano lontanissime dai sensi e, quel ch’è più, si aggiungevano ad esse, come leggi, tutti gli usi, tutti i capricci e talora tutti i difetti di un altro popolo, lontanissimi dai nostri difetti, dai nostri capricci, dagli usi nostri.”
Le condizioni sociali dei due paesi apparivano, quindi, sostanzialmente diverse. In Francia le idee illuministiche erano attecchite grazie ad una popolazione pronta a raccoglierle ; nell’analfabetismo dell’Italia del Sud mancava qualsiasi presupposto per la nascita di una nuova coscienza.
L’errore dei governanti stava nella pretesa, in nome dell’uguaglianza e della libertà, di conoscere ciò che è bene per il popolo, e in questo il loro atteggiamento non era meno paternalistico di quello dei Borbone, poiché entrambi disponevano per il bene del popolo, come si fa per un figlio incapace.

Cuoco, invece, suggeriva metodi più partecipativi : “Crescerà col nuovo ordine di cose il bisogno, (…) basta dare avviamento alle cose; di molte non si comprende oggi la necessità e l’utile, e si comprenderà domani : così avrete il vantaggio che farete far al popolo quel che vorreste far voi”.
Fu il primo ad accorgersi della inutilità di sperare l’unità d’Italia dalla Francia, ed a convincersi che la nostra indipendenza dipendeva esclusivamente da noi.
A tal fine mirò coi suoi scritti a formare la coscienza morale e politica degli italiani.
Al suo pensiero attinse Giuseppe Mazzini e ne fece magnifico strumento per conquistare una patria libera e forte; onde può ben gloriarsi il Molise d’un figlio così illustre, che resta memorabile nella storia del pensiero e del Risorgimento italiano.
Alla caduta della rivoluzione, fu anch’egli processato e dopo nove mesi di carcere, riportò una condanna a venti anni di esilio e alla confisca dei beni. Peregrinò in Francia, in Savoia e in Piemonte.
Giunto a Milano verso la fine dell’anno 1800, all’inizio dovette arrangiarsi come redattore dei vari giornali dell’epoca e subito dopo iniziò a lavorare al Saggio.
Nel 1806, rientrato a Napoli, ricoprì posizioni di rilievo nel governo di Gioacchino Murat : fu membro del Sacro Regio Consiglio, poi della Regia Corte di Cassazione, consigliere di Stato ed infine alto consulente per la Pubblica Istruzione, distinguendosi per l’impegno a promuovere l’istruzione quale strumento imprescindibile di crescita civile e di formazione della coscienza nazionale.
E’ interessante conoscere il piano educativo del Cuoco, per il quale l’istruzione deve essere universale, nel senso che deve comprendere tutte le scienze e tutte le arti ; pubblica, affinchè in tutti i cittadini sorga e si sviluppi un preciso senso del dovere; uniforme, al fine di garantire che le direttive impartite dallo Stato possano dare piena ispirazione alle diverse discipline. La presenza dello Stato nel campo educativo assicura a tutti i cittadini il diritto d’istruirsi, eliminando così l’impedimento ai non abbienti di frequentare la scuola, alla quale tutti, indistintamente, hanno il diritto di accedere. Egli distingue tre gradi d’istruzione : elementare o primaria, media e secondaria, sublime o alta.
La prima deve essere gratuita e la sua organizzazione didattica deve tener conto dello sviluppo graduale dello spirito (senso, fantasia, memoria, ragione), deve tendere ad insegnare a leggere, a scrivere e a far di conto.
La scuola media secondaria deve perseguire due scopi : 1^preparare agli studi superiori coloro i quali intendono arricchire la loro cultura fino ad appagare al massimo la sete di sapere; 2^fornire a coloro che non intendono proseguire gli studi un bagaglio culturale adeguato ed utile per le attività che dovranno svolgere nella società.
E poiché la scuola secondaria doveva essere a pagamento “per operare la giusta e indispensabile selezione”, propose per coloro che avessero particolare attitudine e fossero privi di mezzi economici l’esenzione del pagamento dei contributi, il che corrisponde alle borse di studio di oggi.
In conclusione per il Cuoco “è necessario che vi sia un’istruzione per tutti, una per molti, una per pochi”….”L’istruzione dev’esser comune agli uomini e alle donne , lasciar queste ineducate è lo stesso che non voler educare gli uomini. Le donne sono e saranno sempre le prime e le più potenti nostre educatrici. Ma educar le donne al modo degli uomini sarà lo stesso che turbar l’ordine della natura ; educar tutte le donne allo stesso modo sarebbe lo stesso che invertire l’ordine della società”.
Certo egli aveva ben messo in risalto la funzione, nella scuola della donna, educatrice per eccellenza, fornita di qualità pedagogiche eccellenti specie nel campo dell’istruzione primaria, (la “signora maestra”), ma concepì un’educazione differenziata in base al sesso avendo l’uomo e la donna caratteristiche ed interessi diversi.
Cuoco è stato un grande storico, tra i migliori che il Sud abbia conosciuto.
Era lucido, sferzante, anche impietoso nelle sue critiche. Il suo merito sta soprattutto nell’aver focalizzato il vero limite che pregiudicava, e pregiudica ancor oggi, lo sviluppo del nostro Meridione: l’assenza di una cultura del diritto.
Fu molto ammirato dagli uomini colti e dai letterati del suo tempo, specialmente da Alessandro Manzoni.
Ma i casi di una vita agitata, le continue e profonde meditazioni dello spirito, le avversità dei tempi a poco a poco ne indebolirono lo spirito, tanto che trascorse gli ultimi anni di vita in uno stato di penosa infermità mentale.
Direttore del Corriere di Napoli dal 1806 e del Monitore delle due Sicilie, lo storico fu coinvolto in una attività frenetica di lavoro che ne aggravò le condizioni psichiche.
Vincenzo Cuoco trascorse, pertanto, gli ultimi nove anni della sua vita in una condizione di delirio intervallato da brevi momenti di lucidità che non gli permisero più di condurre una vita normale.
Egli, anzi, durante un attacco distrusse addirittura alcuni manoscritti la cui irrimediabile scomparsa resta una grave perdita per la scienza e la cultura in genere.
Il 14 dicembre del 1824, mentre in Europa il rullo compressore della Restaurazione era in piena attività, il Cuoco moriva.
Una vita breve, ma intensa, in un arco di 53 anni, pochi per un grande ingegno, sufficienti per trasmettere ai posteri un patrimonio culturale ricco di attualità, perché essere costituito di concezioni di avanguardia, che mai trascurano l’elemento umano come eterno protagonista della Storia e della vita civile, elaborato in un’epoca assai difficile per il forte contrasto tra il vecchio e il nuovo, le innovazioni e la tradizione, l’ignoranza e la prepotenza.

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